Assassinio nella cattedrale
Murder in the Cathedral

di Thomas Stearns Eliot
regia Guglielmo Ferro
con Moni Ovadia, Marianella Bargilli
e con Agostino Zumbo
e (in o. a.) Viola Lucio, Pietro Barbaro, Francesco M. Attardi, Daniele Gonciaruk, Plinio Milazzo, Mario Opinato, Emanuela Trovato
scene Salvo Manciagli
luci Santi Rapisarda
musiche Massimiliano Pace
costumi Sartoria Pipi Palermo
produzione Centro Teatrale Bresciano, Progetto Teatrando

Cattedrale di Canterbury, 2 dicembre 1170. Sono gli ultimi giorni dell’Arcivescovo Thomas Becket, di ritorno dalla sua permanenza in Francia durata sette anni. La monarchia, sempre più potente e pericolosa, è divenuta una reale minaccia, tanto che Becket stesso esprime con rassegnazione ai suoi sacerdoti la consapevolezza di andare incontro al martirio. Alcuni giorni dopo, infatti, quattro cavalieri inviati da Enrico II lo accuseranno di tradimento e porranno fine ai suoi giorni.

“Mai come oggi – spiega il regista Guglielmo Ferro – il capolavoro di Eliot rappresenta una testimonianza senza tempo sul rapporto fra opposti, nel cuore della civiltà occidentale: potere temporale e potere spirituale, ragione e fede, individuo e stato, libertà e costrizione. In questa vicenda leggiamo il dramma e l’esizialità delle scelte che oggi si compiono davanti ai nostri occhi. Di più: vi leggiamo lo iato fra la micro e la macro Storia; fra la grande vicenda dell’umanità e la vicenda privata, piccola – a volte inutile, quasi sempre insignificante – di ciascuno di noi.

Persino nella nebulosità dei sicari, materialmente difficili da ricondurre con certezza alla responsabilità di Enrico quale mandante certo, leggiamo l’ambiguità del potere e del suo sistema nel rapporto con gli individui: manipolatorio, ricattatorio, inafferrabile. (…) Una costante dell’infingimento, della manipolazione – appunto – del Sistema, che indirizza i destini di interi popoli senza – apparentemente – esercitare coercizione, ma, anzi, promuovendo libertà e democrazia. Non a caso, rappresentato nel ’35 proprio nei luoghi della vicenda reale, il dramma sembra raccontare più l’ascesa e il pericolo del nazismo, che le vicende dei Plantageneti.

Oggi, il nostro allestimento, la nostra versione del dramma, mira appunto a questa ‘trasversalità’ storica; a questa ‘atemporalità’, orientata a togliere la matrice specifica a questo conflitto, restituendola a una dimensione più generalmente estesa. Una rotta precisa, un percorso fatto di convincimenti profondi. Una scelta confermata anche dalla presenza del Maestro di Teatro Civile più genuino che il nostro Paese esprime in questo momento: Moni Ovadia. Artista, attore, ‘cantore dell’impegno’, che – anche – nella sua appartenenza alla cultura ‘yiddish’, suggerisce una polifonia di linguaggi e istanze antropologiche, oltre che storiche, civili e sociali. Accanto a lui, una splendida Marianella Bargilli”.

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