di Thomas Bernhard
traduzione Agnese Grieco e Renata Colorni
riduzione drammaturgica, regia e interpretazione Marco Sgrosso
musiche dal vivo Cristiano Arcelli (sassofoni, flauto traverso melodica e clarinetto basso)
disegno luci Loredana Oddone
cura del suono Roberto Passuti
produzione Centro Teatrale Bresciano
in collaborazione con Le Belle Bandiere
un ringraziamento a Elena Bucci per la sua preziosa voce
“Incantato dallo stile fulmineo e ridondante di Bernhard, dall’intreccio di reiterazioni, assonanze e dissonanze che rendono i suoi testi simili a partiture musicali, l’idea di lavorare a una riduzione di questo romanzo mi seduceva da tempo, per il fascino che esercita su di me la figura del narratore: uomo tormentato, aggressivo ma vulnerabile, simile a un animale braccato.
Nel mio percorso in solo, questo ritratto si collega ad altri due affrontati in passato e accomunati a lui dall’urgenza di raccontarsi con impietosa sincerità attraverso un flusso inarrestabile di parole. Dopo la straziata madre/figlio di Ella di Achternbusch e il tormentato “io” delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskji, l’approdo al drammaturgo/alter ego di A colpi d’ascia segna la chiusura ideale di una trilogia dedicata al tema della confessione e dell’identità frantumata.
Nel romanzo di Bernhard, mi ha profondamente colpito l’analisi della figura dell’uomo-artista in conflitto con se stesso prima ancora che con gli altri e tanto più incatenato alle figure che popolano il suo universo quanto più fortemente vorrebbe fuggirle. Con la sua ironia spietata, Bernhard scandaglia miserie, perfidie e ipocrisie dell’ambiente artistico della sua amata e odiata Vienna, ma il livido quadro finale che emerge da questo vorticoso pamphlet non ha confini geografici. Senza sconti per nessuno, letteralmente a colpi d’ascia, la sua penna implacabile traccia ritratti al vetriolo di artisti e intellettuali riuniti nell’atroce mondanità di una cena artistica come a un festino di maschere grottesche, in cui falsità, invidie, cinismo e arroganza affiorano senza pudore e il tragico suicidio di una sfortunata amica comune diventa palcoscenico di orrende bassezze e ridicole vanità.
Alla passione disperata che trapela a dispetto dell’asprezza amara delle parole, s’intrecciano le melodie di Mahler, Purcell, Beethoven, le voci struggenti di Marlene e Dalida e i fiati morbidi o stridenti dei preziosi strumenti del musico, testimone misterioso e distaccato di una confessione priva di catarsi”.
Marco Sgrosso