Emma B. vedova Giocasta
Monologo

di Alberto Savinio
regia e interpretazione Marco Sgrosso
disegno luci Loredana Oddone
produzione Centro Teatrale Bresciano
in collaborazione con Le Belle Bandiere

“Varchi di luce tagliano lo spazio come lame; un orologio a pendolo scandisce il tempo, inesorabile. Emma dà le spalle al pubblico, ha in mano una lettera,
attende. Quando comincia a parlare, il flusso delle parole collega passato e presente aprendo uno spiraglio inquieto verso il futuro.
La parola abita il corpo e diventa azione, partitura fisica e sonora che scolpisce lo spazio. Fioriscono immagini, ricordi, contrasti ed emozioni.
Siamo in un comune interno borghese oppure in una stanza della memoria? Senza filtri, Savinio racconta la storia di uno strappo feroce che anela con sottile violenza alla ricomposizione, mentre le figure complementari della Madre e del Figlio prendono corpo nello stesso corpo.
La voce di Iva Zanicchi canta “Testarda io, che ti amo più di così…”, le note di un tango allegro e struggente accompagnano la passione che non muore. E il rito, funebre e amoroso, si compie. Ma chi parla è un uomo o una donna?
E chi sono io, terzo incomodo in questa storia dolceamara di legami negati e furenti? La risposta verrà nel corso del lavoro, ma se sarò fortunato non sarà una risposta definitiva…
Folgorazione. Questa è la parola che determina le mie scelte quando intraprendo un percorso teatrale in solo – dichiara Marco Sgrosso –. La parola che periodicamente riaccende il desiderio o la necessità di un confronto con me stesso. Quasi sempre l’aggancio attiene alla fascinazione prodotta in me dalla lettura di un testo che smuove qualcosa di profondo, tocca una corda sensibile e mi infiamma.
Nel caso di Emma B. la folgorazione nasce dal testo di Alberto Savinio che a 77 anni dalla prima pubblicazione conserva ancora un fascino oscuro e una stupefacente freschezza di scrittura, dove il naturalismo è inquinato da pause, diversioni e incrinature che ne fanno una partitura per voce sola in equilibrio tra
espressionismo e simbolismo. Ho poi memoria vivida di un allestimento visto in teatro molti anni fa, con Valeria Moriconi, la cui ‘azione scenica’ asciutta e tagliente, in cui gesto e parola si fondevano in un’espressività fisica che scolpiva lo spazio, mi entrò nel cuore come un coltello affilato nel burro. Non ultima, c’è l’urgenza di ritornare periodicamente alla memoria che rimanda alle radici e alla biografia personale: la perdita del figlio denunciata da Emma mi riporta al ricordo della scomparsa precoce di mia madre e a quell’esigenza inappagata di un ricongiungimento impossibile”.

Teatro Mina Mezzadri


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