con Giacomo Ferraù
regia e drammaturgia Giacomo Ferraù e Giulia Viana
tecnico performer Federico Cicinelli
disegno luci Giuliano Almerighi
allestimento audiovisivo Lorenzo Crippa
assistenti alla regia Sebastiano Bronzato, Calogero Scalici
produzione Eco di fondo
con il sostegno di Fondazione Claudia Lombardi per il teatro
Con Pigmalione ci interroghiamo sul rapporto tra verità e arte, sulla funzione sociale di una creazione artistica. Cosa significa vendere l’anima al diavolo per realizzare il proprio sogno? Dove si ferma l’onestà intellettuale di un artista? Qual è il dovere etico rispetto a una commissione?
Giacomo Ferraù cerca di rispondere a queste domande costruendo uno spettacolo ispirato a una vicenda realmente accaduta, quella di Kurt Gerron, regista ebreo a cui il Terzo Reich commissionò un documentario sul campo di concentramento di Terezin, dove lo stesso Gerron era prigioniero. Il documentario doveva raccontare la vita del ghetto modello,
falsando la realtà sulle condizioni di vita nei campi di concentramento.
Per l’occasione, nel ghetto furono creati giardini, si dipinsero le case, sugli edifici vennero poste finte insegne di scuole e teatri. Furono gli stessi ebrei a lavorare al film propagandistico come attori, comparse e scenografi.
Nel mito, Pigmalione è uno scultore che si innamora della sua opera d’arte fino a renderla viva.
Nello spettacolo, Pigmalione ha la possibilità di realizzare il più grande film della sua vita, con più di quarantamila comparse e un’intera città-prigione al suo servizio.
Resta una sola, grande domanda: si può amare la propria opera più della vita stessa?