DIDONE ADONÀIS DÒMINE - E...State con il CTB!

di Emilio Isgrò
con Sandra Toffolatti
e con Elena Antonello, Giacomo Mangiola e Gianluca Pantaleo
regia Giorgio Sangati
scene Stefano Zullo
costumi Eleonora Rossi
luci Cesare Agoni
videoscenografie Raffaella Rivi
rendering Marcello Bertoli
suoni e musiche Giovanni Frison
cura del movimento Marco Angelilli
assistente alla regia Irene Carera
produzione Centro Teatrale Bresciano, Fondazione Brescia Musei

Lo spettacolo inaugura il nuovo e inedito progetto espositivo di Emilio Isgrò, Isgrò cancella Brixia, progettato per Brescia da Fondazione Brescia Musei



 

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Didone Adonàis Dòmine è parte di E…state con il CTB! la Stagione estiva del Centro Teatrale Bresciano che dal 13 giugno al 13 luglio, in diversi luoghi della città, presenta 27 appuntamenti con il teatro, per grandi e piccini, per trascorrere insieme l’estate!

Con Didone Adonàis Dòmine, Centro Teatrale Bresciano e Fondazione Brescia Musei portano in scena in uno dei luoghi più suggestivi della Brescia
antica il teatro di Emilio Isgrò, tra i più grandi protagonisti dell’arte contemporanea, che ha segnato profondamente la nuova drammaturgia. Inserito
nel più ampio progetto Isgrò cancella Brixia, lo spettacolo è diretto da uno dei registi di primo piano della scena europea, Giorgio Sangati, e affida il ruolo della protagonista alla pluripremiata attrice Sandra Toffolatti.
Rappresentato una sola volta 36 anni fa, il testo di Isgrò, rigorosamente in versi, si presenta come una vera e propria partitura musicale che mette in dialogo il solista e il coro, facendo risuonare per noi la storia dell’eroina virgiliana, da secoli simbolo dell’abbandono e dell’amore perduto, ma
anche dell’aspirazione all’infinito.
Luogo eterno e carico di storia, il teatro romano diventerà una gigantesca tavolozza su cui prenderà vita una scenografia immateriale in un perenne movimento di musiche, suoni e luci per un’esperienza teatrale di rara intensità.

 

 Note di regia di Giorgio Sangati

“Temete sempre l’uomo

che ha un dovere da compiere: porterete

voi la sua croce.”

A distanza di 36 anni il testo di Emilio Isgrò è di nuovo in scena: allora in un teatro in costruzione, il Mandanici di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi all’interno dei resti di un gioiello millenario come il teatro romano di Brescia. In un certo senso si tratta di un ritorno a casa perché Isgrò aveva scritto Didone per Sandro Sequi, poi Direttore del Centro Teatrale Bresciano. Passato e presente, contemporaneo e classico in dialogo continuo, sovrapposti e sovrapponibili proprio come nelle opere visive dell’artista.

Didone e quindi necessariamente Virgilio, ma non solo, se è vero che Adonàis e Domine sono rispettivamente il nome di Dio in ebraico e latino. Infatti la vicenda di Enea, archetipo dell’amante in fuga, è solo uno dei riferimenti; nel testo la dialettica tragica tra maschile e femminile esplode, si moltiplica. In scena si susseguono una vecchia svanita (la “sorellina di Giovanni Pascoli”), una nobile adultera e assassina (ispirata alla contessa Pia Bellentani) e una terrorista eroinomane tradita dall’ideologia della rivoluzione. Tre donne, tre epoche, tre facce che una stessa attrice, “la cartomante più timida del mondo”, impersona una dopo l’altra interrogando un bizzarro e proteiforme coro di carte da gioco mutate in essere umani. Attraverso un carosello di personaggi, poco alla volta, le carte fanno vivere alla protagonista tre ipotesi di storie per rivelarle, infine, di non essere Didone ma la sorella Anna – in una variante della leggenda sarebbe proprio lei e non Didone a suicidarsi per il dolore della partenza di Enea –.

Il testo di Isgrò, rigorosamente in versi (in netto anticipo sulle tendenze drammaturgiche degli ultimi anni), si presenta come una vera e propria partitura musicale: tra solista e coro si instaura un contatto scenico fatto di rapporti ritmici e vocali. La voce di Didone oscilla vertiginosamente tra il delirio, la salmodia, l’arringa, l’implorazione e il canto a cui fa da contrappunto il controcanto delle carte in un gioco armonico sorprendente. La disperazione si mescola con l’ironia, la tragedia con la parodia ed è difficile intrappolare l’opera in un genere preciso (come accade a tutti i testi che restituiscono la vita).

Abbiamo scelto di affidare la parte di Didone a Sandra Toffolatti, interprete sopraffina e generosa, capace di dare voce e corpo alle diverse anime del testo senza cadere mai nella convenzione. Attorno a lei un coro di due giovani attori e un’attrice nei ruoli delle tre carte, allegoria di un novello fato pronto a giocarci in ogni momento.

Reciteranno tutti sospesi, abbarbicati sui muri del teatro che diventerà una gigantesca tavolozza su cui prenderanno vita videoproiezioni ispirate all’opera di Isgrò: una scenografia immateriale in un perenne movimento di musiche, suoni e luci; mondi in cui immergere storie e in cui immergersi per il tempo dello spettacolo.

 

Didone Adonàis Domine  - Solitario per una attrice e un coro di Carte da gioco di Martina Treu

Isgrò con le sue “cancellature” non annulla l’immagine o il testo sottostante, ma anzi l’esalta e ne fa emergere il significato profondo. Allo stesso modo come drammaturgo ha “cancellato” i residui del passato e scardinato l’asse “Pirandello/Beckett” con i suoi testi e saggi teorici sul teatro, chiamati “Drammaturgie Parallele” (E. Isgrò, L’Orestea di Gibellina e gli altri testi per il teatro, Firenze, Le Lettere, 2011) perché integrano e completano un percorso drammaturgico iniziato nella Sicilia greca che approda, oggi, nella romana Brixia. Isgrò – “classico suo malgrado” – attinge liberamente agli antichi attraversando il tempo e lo spazio, rinnovandosi e adattandosi ai contesti, ancorandosi alla contemporaneità e al territorio che l’accoglie. Così in questo dramma dedicato a Didone (concepito e scritto nel 1983, messo in scena nel 1986 nel Paese natale dell’autore), Isgrò si conferma un vero precursore per l’utilizzo di nuovi linguaggi e forme di comunicazione. Il suo teatro in versi crea una lingua d’arte di nuova concezione, capace di superare la dimensione locale per acquistare un respiro internazionale. Difatti è riconosciuto come maestro da molti autori teatrali delle nuove generazioni, siciliani e non, e i suoi drammi vengono messi in scena ciclicamente (il suo Agamènnuni è stato recitato come monologo da Vincenzo Pirrotta nel luglio 2021 a Gibellina).

Anche questo testo, alla prova della scena, conferma oggi la sua vitalità e la capacità di precorrere i tempi – il coro di carte da gioco, ad esempio, nella didascalia iniziale è immaginato come videoregistrato almeno in parte e proiettato in scena – ed assume nuovi significati e valenze nel quadro complessivo del lavoro di Isgrò per Brescia: dopo l’Incancellabile Vittoria, installazione donata alla città che incornicia con l’Eneide virgiliana l’icona della statua romana che è nume tutelare della città, la nuova messinscena suggella un nuovo progetto – Isgrò cancella Brixia – fondendo idealmente la Brescia antica e quella moderna, come in un palinsesto (il manoscritto che si cancella e si riscrive di continuo). Così l’eroina virgiliana, da secoli simbolo dell’abbandono e dell’amore perduto, ma anche dell’aspirazione all’infinito (il titolo contiene il nome di Dio in ebraico e latino), si fa ipostasi della città e della sua capacità di rinascere dopo la pandemia, rinnovando il legame col passato ma guardando anche al futuro.


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